Recentemente una nota azienda di semilavorati ha promosso un sistema di micronizzazione che è stato salutato da alcuni opinionisti del settore con grande entusiasmo.
Vediamo di fare il punto della situazione per vedere di cosa si tratta.
Sono sempre molto attento agli articoli pubblicati sulle riviste specializzate perché ci danno la misura di ciò che accade nel nostro settore quasi in tempo reale. A volte però le notizie all’apparenza neutre, possono celare strategie di comunicazione precise, che si svelano solo dopo un’attenta analisi dei fatti o con il semplice passare del tempo.
Ricordo bene qualche anno fa quando le riviste di settore donarono ampi spazi redazionali a due giovani entusiasti imprenditori che parlavano di ritorno alla tradizione, di prodotti dalle origini certificate e di amore per la natura e la qualità, del desiderio di coltivare addirittura gli ingredienti da utilizzare per produrre il gelato “come quello di una volta”. Ora questi signori gestiscono una delle catene di “gelaterie” più controverse del nostro mercato (Grom), di cui la stessa stampa di settore ne ha messo a nudo le contraddizioni e le sofisticate strategie di marketing in modo piuttosto critico.
Ho fatto questo esempio perché in un articolo dal titolo “C’è del nuovo in gelateria” apparso sul numero di novembre 2010 del Gelato Artigianale, non ho potuto fare a meno di notare il caldo entusiasmo dell’autore verso il gelato micronizzato e le sue potenzialità che ha preso spunto da un redazionale apparso sull’Eco di Bergamo (a cura di SPM Pubblicità, ovvero una pubblicità redazionale) di qualche mese fa che pubblicizzava in modo indiretto il concetto che prende il nome di Giubileo Experience.
Ecco di cosa si tratta:
L’azienda di semilavorati Comprital di Milano ha sviluppato questo progetto che può essere schematizzato in tre punti:
- Al cliente medio non piacciono certi ingredienti che vengono associati a caratteristiche negative (percepite). Ciò deriva da un’indagine di marketing e dallo studio del fenomeno Grom.
- Da qui la necessità di creare un prodotto che non li contenga ma che ne abbia altri che risultino “accettabili” alla massa. Questo prodotto è una base 100 senza emulsionanti a cui abbinare lo zucchero d’uva ed eventualmente zucchero di canna.
- Per poter avere una buona struttura senza emulsionanti è però necessario operare sulle dimensioni delle “molecole” tramite agitazione. Il processo prevede il supporto di un frullatore da banco, il Vitamix (o comunque di un processo che rompa in termini minimi le “molecole del gelato” come vengono chiamate dall’azienda).
La novità quindi non è la micronizzazione attraverso l’utilizzo del Vitamix ma la base 100 della Comprital senza emulsionanti (un vero colpo di genio) da utilizzare con uno sciroppo di zucchero d’uva (sempre commercializzato da Comprital) alla quale aggiungere latte ed eventualmente panna o zucchero di canna in dosi predefinite da un ricettario.
Risulta abbastanza evidente che ci troviamo di fronte ad una base pronta che, se da una parte punta ad eliminare quegli ingredienti percepiti come poco graditi dalla massa, dall’altra rischia di condizionare la professionalità del gelatiere.
Ma scendiamo ancora più nel dettaglio.
La presentazione di Giubileo Experience, alla quale ho assistito direttamente, corredata da studi di mercato commissionati ad un’importante agenzia di marketing e supportati da grafici e percentuali, verteva su ciò che il pubblico medio percepisce oggi come gradito o sgradito.
Ad esempio dalle analisi è risultato che al consumatore medio non piace vedere tra gli ingredienti alcuni componenti che sono ormai entrati nell’uso comune delle formulazioni dei nostri gelati artigianali come le maltodestrine (che vengono associate agli anabolizzanti dei culturisti), tutte le sigle E (che riportano alla chimica), allo stesso destrosio (che la catena di gelaterie di cui parlavo pocanzi per esempio chiama in modo un po’ malandrino “zucchero d’uva”) o al saccarosio (al quale il pubblico preferisce lo zucchero di canna bianco – chissà poi perché, visto che chimicamente sono la stessa cosa…).
L’esempio da emulare ha proprio avuto come protagonista la catena di gelaterie che per prima ha iniziato a sfruttare i diversi modi di chiamare gli ingredienti, evidenziando alcune cose per ometterne altre. Creando informazione pilotata (come dire che l’unico additivo di valore in gelateria sia la farina di carruba… o che il pistacchio siriano sia meglio di quello siciliano, o che lo zucchero di canna bianco sia migliore del saccarosio – ancora?…).
Ma il punto non è questo: si è scoperto, andando avanti con la presentazione, che la micronizzazione funzionerebbe solo utilizzando certi specifici ingredienti che solo la suddetta azienda di semilavorati commercializza in una base a 100 grammi a litro latte. Il micronizzatore non avrebbe alcun effetto su una qualsiasi ricetta che utilizza ingredienti tradizionali perché nato specificamente per micronizzare con successo “solo” quegli ingredienti particolari presenti nella base 100 (?).
Questo ultimo dato però è stato successivamente smentito (fortunatamente).
La domanda che sorge spontanea a questo punto è: ma se si eliminano gli emulsionanti, le maltodestrine e il destrosio che ci sarà mai in questa benedetta base il cui impiego è 100 grammi per litro di latte?
La risposta è stata: dato che il pubblico ha imparato a capire che tra gli additivi le carrube sono buone e gli altri no, nella base ci sono un bel po’ di diversi tipi di farina carrube (ma quante ne esistono?), un po’ di non meglio specificate proteine leganti (saranno le albumine o cos’altro?) e le fibre (l’ormai onnipresente inulina tratta dalla radice della cicoria?). Per quanto riguarda poi i sostituti dei “terribili” monodigliceridi è stata inserita della panna proteica (?).
Ci è stato spiegato che in tal modo la lista degli ingredienti sarebbe stata ridottissima perché oltre alla farina di carruba e alle fibre vegetali il resto proviene dal latte e lo si può tranquillamente omettere.
A parte il fatto che è una notizia non esatta poiché nell’elenco degli ingredienti di oggi è necessario specificare tutto ciò che entra nei nostri prodotti, dal latte in polvere alle proteine alla panna (proteica o meno).
Ma queste proteine leganti come vengono prodotte? Le diverse farine di carrube in cosa differiscono se non nel loro trattamento chimico-fisico? La panna proteica cosa sarebbe se non panna con l’aggiunta di proteine, e se è così quali e con quale processo industriale?
In aggiunta a questo l’amministratore dell’azienda ha affermato che per gli zuccheri si è pensato di usare lo zucchero d’uva, che non è altro che una miscela di destrosio, fruttosio e polialcoli vari in soluzione (ma naturalmente questo non lo diciamo ai nostri clienti). A proposito, pure lo zucchero d’uva viene commercializzato dall’azienda in questione e va aggiunto alla base 100 in dosi precise come da ricettario collaudato…
A questo punto è risultato piuttosto evidente che tutta la faccenda pare focalizzata per commercializzare dei prodotti pronti ai quali aggiungere solo latte e panna e al massimo un po’ di zucchero di canna bianco (non saccarosio che potrebbe non piacere al nostro cliente!).
Quindi l’idea di fondo è buona: utilizzare meno additivi o per lo meno scegliere quelli più naturali; anche se andrebbero fatti dei distinguo sul mondo degli additivi, poiché non è il caso di demonizzarli in modo assoluto (ma ne parlerò in un altro articolo).
Però il prodotto così com’è non porta risultati apprezzabili se non viene fortemente agitato da un frullatore per essere micronizzato. Ed ecco che appare il micronizzatore.
Il micronizzatore in questione sarebbe il Vitamix, prodotto in America, di cui l’azienda di semilavorati milanese ha acquistato il diritto di commercializzazione in esclusiva per l’Italia.
Si tratta di un grosso frullatore da banco che raggiunge i 48mila giri al minuto con una potenza di 4,2 cavalli e con una speciale inclinazione delle lame che porterebbe le dimensioni delle “molecole del gelato” da 700 a 50µm (micron).
A questo punto mi permetto di segnalare quanto segue, frutto di una mia piccola ricerca.
Il termine “micronizzazione” è stato utilizzato diversi anni addietro da Cattabriga per definire un particolare trattamento meccanico finalizzato a ridurre le dimensioni medie del grasso componente la miscela per gelato tramite un emulsionatore applicato sopra la vasca di un pastorizzatore.
Il macchinario in questione si chiama Psk Kel APM ed è commercializzato da Cattabriga da diversi anni ormai (si può scaricare la brochure in pdf dal sito ufficiale di Cattabriga).
Questo macchinario, pur non avendo le caratteristiche i costi e le dimensioni di un omogeneizzatore, dà ottimi effetti di micronizzazione non soltanto per il fatto che agisce ad alta velocità, ma anche perché opera ad alte temperature, contestualmente al processo di pastorizzazione. La miscela infatti viene aspirata con forza da calibrate ventole che la spingono violentemente contro lo speciale alveare del corpo cavo dell’emulsionatore riducendo i globuli di grasso a dimensioni pari a 2 – 6µm (misurazioni effettuate in laboratorio).
In questo caso si può parlare correttamente di micronizzazione poiché si resta sotto i 10µm.
A questo punto è d’obbligo inserire un’altra nota tecnica.
I messaggi che la Comprital diffonde sulle dimensioni delle “molecole del gelato” che si ridurrebbero da 700 a 50µm e che sono riportate nel redazionale pubblicitario apparso sull’Eco di Bergamo, sono a dir poco fuorvianti.
È un dato di fatto, documentato dalle più autorevoli pubblicazioni in materia (vedi ad esempio Caviezel – Scienza e tecnologia del gelato artigianale 1986 pag. 211), che la miscela di gelato è composta da elementi che hanno diverse dimensioni di cui i globuli di grasso non omogeneizzati variano da 3,5 a 50µm. Dato che la micronizzazione serve prevalentemente a ridurre le dimensioni dei globuli di grasso, non si vede il nesso logico delle argomentazioni a sostegno di questo nuovo macchinario se a seguito del suo utilizzo la riduzione di tali molecole non scende sotto i 50µm.
Forse le enormi dimensioni dei “globuli del gelato” sono riferite al prodotto già mantecato? In tal caso è altrettanto noto che solo i cristalli di ghiaccio possono raggiungere dimensioni che variano da 50µm a 1.000µm, mentre i globuli di grasso non omogeneizzato rimangono comunque al di sotto del 10µm, così come tutti gli altri componenti (zuccheri in soluzione: da 0,1mµ a 1mµ, proteine: da 2mµ a 600mµ).
Per ulteriori approfondimenti, oltre alle opere di Luca Caviezel, potete consultare Tecnologie del Latte (O. Salvadori del Prato) e Ice Cream (R.T. Marshall).
Quindi la micronizzazione non è affatto una novità in sè, lo può diventare nel momento in cui si applica ad ogni singolo gusto, ma è necessario verificare meglio i dati del risultato finale.
In conclusione mi sento di dire a tutti i gelatieri che vogliono continuare ad essere orgogliosi della propria professionalità di artigiani, di fare molta attenzione a non percorrere facili scorciatoie.
Un conto è decidere di utilizzare al meglio gli ingredienti della natura, grazie anche al lavoro delle industrie, un altro è cercare facili scorciatoie ed accettare l’utilizzo di basi pronte per evitare di perdere tempo a studiare il proprio mestiere.
Lasciare che altri si sostituiscano in modo totale alla capacità di creare un prodotto di qualità può limitare la libertà del gelatiere che potrebbe rischiare di trasformarmarsi in “gelatore” di prodotti pronti, la cui sola abilità richiesta è quella di saper maneggiare le forbici per tagliare le buste.
Questo è un “post in progress” e può subire delle correzioni con l’arrivo di nuove e utili informazioni.
Se ci sono opinioni diverse o integrazioni a quanto sopra descritto invito tutti gli interessati a postare un commento.
R.L.