Dialogo tra l’uomo della strada e il gelatiere consapevole

UDS:
Ciao, hai visto la nuova gelateria che hanno aperto in centro? Fanno il gelato artigianale e lo fanno proprio lì dietro, nel laboratorio.

GC:
Ciao, sì ho visto, ti è piaciuto il gelato?

Vetrina gelato coloratoUDS:
Sì, abbastanza. C’era una vetrina bellissima con 24 gusti. Il cioccolato fondente era nerissimo, proprio fondente puro al 70%, eh… Poi c’erano un sacco di gusti golosissimi come il Kinder, la nutella, i variegati alla frutta…

GC:
Capisco… una vera vetrina per incantare anche il cliente più distratto! Il fatto che tu mi abbia detto “abbastanza” non gioca a loro favore, però.

UDS:
Beh, lo sai a me piace solo il cioccolato e la crema e su quelli sono molto esigente….

Ma tu la gelateria dove ce l’hai ora?

GC:
Dopo un po’ di anni da quando ho ceduto la mia attività ho fatto consulenza, ho girato parecchio il mondo ed ho riflettuto sul futuro dell’artigianalità in gelateria… Ora sto lavorando ad un progetto che prevede un laboratorio e diversi punti vendita.

UDS:
Sei diventato un industriale?

GC:
No, affatto. Anzi ho cercato di capire come essere puramente artigiano, nel senso di essere in grado di reperire e produrre tutto ciò che mi serve seguendo criteri di qualità, territorialità, basso impatto ambientale e con un occhio anche al biologico.

Se vuoi padroneggiare tutta la tua organizzazione produttiva senza dipendere dalle industrie, ti devi organizzare per fare tutto il possibile in casa, a costi contenuti, senza inquinare o sprecare risorse idriche ed energetiche. Per questo è necessario un laboratorio un po’ più grande di quello che puoi trovare nel retro di una gelateria da 50 metri quadri…

UDS:
Ma se non produci dove vendi allora si perde tutta la magia. Io non acquisterei il gelato artigianale dove non lo si produce.

GC:
Per quale motivo? Pensi che la qualità sia peggiore?

UDS:
Non so forse perché è così che deve essere un artigiano: produrre dove vende e basta.

GC:
Carretto sergio lobranoMa se io ti porto il mio gelato fatto in modo completamente artigianale, fresco di giornata, garantendoti la qualità massima possibile in un’area geografica limitata e facilmente raggiungibile, che mi permette di ottimizzare le mie vendite e quindi di garantire maggiore qualità e miglior servizio, perché non lo vorresti acquistare?

UDS:
Non so. Credo che fatto sul posto anche in spazi piccoli sia meglio, sia più autenticamente artigianale…

GC:
Allora ti faccio questo esempio. Se io avessi una gelateria di soli 50 metri quadri con un laboratorio di 30, quante lavorazioni puramente artigianali pensi che potrei fare giornalmente?

Te lo dico subito: molto poche. Soprattutto se devo riempire un banco con 24 gusti diversi. Non dico che lavorare in questo modo non sia possibile, anzi è proprio così che lavora la stragrande maggioranza delle gelaterie di oggi.

Per poter soddisfare l’esigenza di riempire il banco, occorre dotarsi di una serie di semilavorati preparati dall’industria, che facilitano e velocizzano il lavoro. Non si tratta solo delle paste pure di nocciola o di pistacchio che, per l’amor di Dio, ci sta anche comprarle già raffinate, ma tutta un’altra serie di prodotti pronti o quasi, in busta e in barattolo che semplificano la vita e riducono i tempi produttivi del gelatiere al minimo.

Il risultato però è che la maggior parte dei gusti non vengono fatti con delle ricette pensate, ricercate e assemblate dal gelatiere, ma realizzate nei laboratori dell’industria da tecnici alimentari che spesso non hanno mai visto una gelateria.

Tralasciando il fatto che possono essere più o meno imbottiti di additivi, si tratta comunque di prodotti industriali, fortemente standardizzati che ormai puoi trovare dappertutto e che non possono essere presi ad esempio dell’artigianalità del gelatiere…

UDS:
Quando dici la maggior parte delle gelaterie, cosa intendi?

Cono gelato artigianaleGC:
Intendo che in Italia (e forse nel mondo) i gelatieri che sono in grado di scegliersi gli ingredienti e che sanno prodursi i propri gelati in modo autenticamente artigianale sono meno del 5% del mercato… Inoltre sono spesso persone dalla grande passione, dalle profonde conoscenze e da uno spirito di sacrificio incrollabile che li tiene inchiodati nei loro laboratori per gran parte della loro vita, senza mai riuscire a fare il salto qualitativo di lavorare guadagnando ciò che è giusto per le loro capacità…

UDS:
Quindi con il tuo sistema ciò sarebbe possibile? Ma mica tutti hanno milioni di euro da investire…

GC:
Come ti dicevo, un po’ di esperienza e di ragionamento, anche guardando ad altri settori, mi hanno fatto capire che ciò è possibile ottimizzando le economie.

Il fatto è che se fai un’attenta analisi economica, la creazione di una semplice gelateria di quartiere di tipo tradizionale oggi è assolutamente fallimentare. Mentre la creazione di un laboratorio centralizzato situato in un’area decentrata ha costi più sostenibili e ti può permettere di investire in location piccole ma strategiche che ti fanno ottimizzare le vendite e rientrare rapidamente del tuo investimento. Naturalmente ci vuole un’organizzazione efficiente e ben diretta, dal reperimento degli ingredienti alla produzione fino alla logistica, una grande attenzione alla formazione del personale e la padronanza delle tecnologie e della loro manutenzione.

UDS:
Mi parli come un industriale! Altro che artigiano….

GC:
L’idea romantica che tu, come molti, hanno dell’artigiano (gelatiere) è di colui che fa tutto nel piccolo. Gestisce da solo gli acquisti, organizza la produzione, gestisce i suoi conti, seleziona e forma il personale, si occupa di dettare le regole commerciali, gestisce il proprio sito e i social network, fa la pubblicità e lo fa da solo spesso in economia e senza competenze specifiche….

UDS:
Beh, del resto i piccoli artigiani sono maestri nell’arte di arrangiarsi, no?…

lente sul gelato Roberto LobranoGC:
Ma il vero artigiano quando ha il tempo di fare ricerca e sviluppo sul suo prodotto? In inverno quando chiude, mi dirai tu! Ma il problema è che oggi è difficile anche permettersi di chiudere in inverno perché la concorrenza è alta, i clienti non si affezionano più come un tempo, le tasse sono insostenibili, il personale costa troppo, la crisi ha abbassato i consumi, se piove siamo rovinati e in ultima analisi abbiamo le catene che ci aprono di fianco e ci rubano i clienti perché c’hanno i soldi per fare marketing….

Allora sai che succede? Si inizia a contaminare la gelateria con bibite, merendine e dolci industriali, oppure con prodotti “alternativi” di pasticceria o di gastronomia semplificate, frutto di qualche rapido corso di aggiornamento presso le aziende di semilavorati, con la stessa logica di risparmio del tempo che ha visto la trasformazione del gelatiere che fa ricerca e sviluppo in gelatore di prodotti industriali pronti all’uso.

UDS:
Credo sia giusto che pensino a dare anche prodotti alternativi per la bassa stagione, sennò come farebbero a campare tutto l’anno?

GC:
Ti ho sparato una serie di luoghi comuni e tu dici che è giusto così?

Bene è proprio questo che deve cambiare. Gli artigiani si devono svegliare e salvarsi da soli. Questa mentalità è fallimentare. Non è più sostenibile. Chi ragiona ancora con questi pregiudizi e si mette a fare impresa artigiana in questi termini accentrando tutto su sé stesso, è destinato ad una vita imprenditoriale molto breve…

Ho smesso di incentivare l’apertura di attività di questo tipo da tempo, perché ho capito che non è il modo giusto di fare impresa oggi.

Perché mi devo rendere complice del fallimento di una brava persona che desidera fare bene il proprio lavoro?

Ho cercato e trovato il modo di investire correttamente il capitale di chi voglia davvero fare qualcosa per il nostro settore ormai in agonia culturale (ed economica) sia in Italia che all’estero.

UDS:
E quindi? Di che si tratta?

Gaya Gelato BaliGC:
Come ti dicevo: un netto cambio di mentalità. Oggi il gelatiere consapevole deve essere cosciente che non può lavorare da solo, ma si deve far aiutare nell’organizzazione della sua impresa. Egli deve rimanere saldamente al timone della sua azienda per quanto riguarda l’indirizzo diciamo “artistico”: ciò che riguarda la scelta degli ingredienti e la sua capacità di creare ricette stupende. Dovrebbe fare ricerca, sperimentazione e valorizzare al massimo il proprio lavoro e renderlo economicamente appagante.

Ha in definitiva bisogno di inserirsi in un’organizzazione che gli permetta di preservare i valori artigianali della creatività e della sartorialità e nel contempo gli dia la possibilità di fare funzionare bene il suo business.

Si deve occupare della scelta degli ingredienti di eccellenza, deve inserirsi in un contesto di attenzione ai consumi e agli sprechi e di ottimizzazione delle risorse. Deve ritornare ad essere punto di riferimento qualitativo e di gusto del buono, deve infine essere socialmente utile dando lavoro a più persone e incentivare le economie locali, scegliendo ingredienti a filiera corta.

UDS:
Ma esiste davvero questa possibilità o è tutta teoria?

GC:
Esiste, è realtà e funziona! E’ un nuovo assetto organizzativo dell’azienda artigiana del gelato, con forti valori di trasparenza, sostenibilità e qualità di gusto e ingredienti.

Si rivolge a chi vuole favorire la cultura del gelato artigianale naturale al di fuori dei circuiti dei semilavorati. A chi vuole innovare nel rispetto dei consumi e degli sprechi idrici. A chi vuole creare un business sostenibile per sé e per le generazioni presenti e future.

UDS:
Ma a chi si rivolge? Solo ai gelatieri?

GC:
Questo progetto innovativo si rivolge verso due tipologie di attori: al gelatiere professionista, attento e consapevole, che ha bisogno di aiuto per allargare e ottimizzare il proprio business nel rispetto del suo percorso professionale e che vuole mantenere la propria identità e le proprie ricette.

Corner Gaya GelatoSi può essere eccellenti gelatieri, ma è difficile concentrare in sé tutte le caratteristiche necessarie per creare un business di successo, replicabile e scalabile. Le competenze sono molteplici e complesse ed è necessario appoggiarsi su solidi protocolli organizzativi che permettano la pianificazione, la delega e il controllo dei risultati.

Il secondo attore a cui si rivolge questo progetto è l’investitore che desidera inserirsi nel mondo del gelato artigianale di alto profilo, sposando pienamente i valori, i processi, il gusto e un brand forte e caratterizzato, diventandone portabandiera nel mondo.

Volete saperne di più?

Contattatemi qui: voglio cambiare!

Nuove tendenze: gelato vegan friendly.

Tra le nuove proposte del mercato del gelato, sta prendendo sempre più piede l’offerta dedicata a chi non desidera alimentarsi con cibi di origini animali. Anche le scuole di formazione del settore, da diversi anni hanno inserito nei loro programmi ricette “vegan friendly”. C’è da dire però che molti prodotti presenti da sempre in gelateria non sono composti da derivati animali, come i ghiaccioli, le granite e i sorbetti (sempre a seconda di come vengono prodotti).

Quindi dalle richieste dei consumatori e dallo studio e ricerca di molti artigiani e aziende, si è sviluppata un’offerta piuttosto ampia di prodotti adatti ad un pubblico vegano.

gelato-olioNegli ultimi anni sono tantissime le gelaterie che propongono un’offerta “vegan friendly” e sono sorte addirittura gelaterie dedicate esclusivamente a questo mercato. Anche le aziende di semilavorati, che sono sempre proiettate in avanti per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo di preparati nuovi,  propongono da tempo preparati all’olio di oliva o senza emulsionanti, che si possono già trovare in molte di queste gelaterie.

Ma quali segreti si celano dietro al gelato “vegan friendly”?

vegan-friendlyProbabilmente molto pochi, infatti da sempre è possibile proporre gelati e sorbetti senza utilizzare latte, uova o derivati. Da quando poi alcune aziende hanno iniziato a portare nel mercato del gelato tutta una serie di fibre e proteine vegetali, la possibilità di proporre questo tipo di gelati è davvero alla portata di tutti.

Ad esempio esiste da sempre la possibilità di fare un ottimo e cremoso gelato, utilizzando il latte di mandorle al posto del latte vaccino, senza necessità di pastorizzare il prodotto, ma lavorando a freddo come si fa con i sorbetti e le granite. Difatti la pastorizzazione è tipicamente impiegata laddove ci sono derivati del latte e delle uova per sanificare le miscele ed anche per attivare gli emulsionanti di uova e latte e per migliorare la struttura proteica del gelato. Nel momento in cui non si utilizzano ingredienti di origine animale, si può procedere alla miscelazione a freddo. Naturalmente occorre avere ingredienti in grado di agire come addensanti a basse temperature. Al di là degli stabilizzanti come la Gomma di Guar o la Carbosilmetillcellulosa e la Gomma Xantano (che hanno nomi da brivido, per un ignaro cliente), si può tranquillamente utilizzare la cara e vecchia Farina di Semi di Carruba, magari quella trattata per agire anche a freddo.

Quindi se si propongono i sorbetti con frutta fresca di qualità, addensati solo con la farina di semi di carruba, magari dolcificati con poco zucchero bio e miele ed eventualmente integrati con inulina, o altre fibre, il nostro cliente vegano (ma non solo lui!) ne sarà molto soddisfatto.

Esiste poi tutta la famiglia dei gelati fatti a partire dal latte di soia o di riso che, se bilanciati correttamente e integrati con il relativo olio e fibre, danno sensazioni di cremosità del tutto simili a quelle fatte con il latte. Certo, bisogna conoscere alla perfezione i principi del bilanciamento e procurarsi le materie prime adeguate, oppure si può rivolgersi ad una delle tante aziende di semilavorati che ha certamente a catalogo una base “vegana” ad alta grammatura oppure un prodotto completo  in modo da risolvere velocemente ogni problema. Il “gelataio” seguirà la ricettina impostata e tutto filerà liscio come “l’olio”… 😉

Quindi la novità qual’è? E’ che oggi c’è una sempre maggiore fetta di mercato che è più attenta alle problematiche alimentari (per necessità o per fede) e quindi il moderno gelatiere artigiano, facendo la giusta comunicazione, riesce a “stupire” il cliente offrendogli quello che il “vecchio gelatiere” ha sempre avuto o potuto fare, ma che non ha mai promosso come “prodotto trendy”.

Magie del marketing…

 

Fiere del gelato: MIG o SIGEP?

A volte mi si chiede se è più importante la fiera MIG di Longarone oppure il SIGEP di Rimini. Senza pensarci troppo verrebbe da rispondere il SIGEP, visti i numeri di visitatori, le dimensioni degli stand e dei padiglioni dedicati…

MIGMa in realtà la prima fiera del gelato è nata a Longarone nel 1959 e tutto sommato ha mantenuto nel tempo un certo contatto con gli obiettivi che l’hanno fatta nascere, ovvero l’incontro dei gelatieri per poter scambiarsi opinioni, cercare qualche novità da proporre l’anno successivo e provare qualche nuovo macchinario. Insomma una fiera organizzata dai gelatieri, dedicata ai gelatieri e frequentata prevalentemente da gelatieri. All’epoca c’era bisogno di un luogo d’incontro principalmente per i gelatieri della Valle di Zoldo e del Cadore i quali nel periodo invernale facevano ritorno alle loro case, al termine della stagione di lavoro trascorsa nelle gelaterie in Germania, Austria, Olanda e in altri Paesi europei. Poi col tempo si è aperta anche ai gelatieri provenienti dal resto d’Italia, che partecipavano volentieri ai convegni e ai concorsi organizzati durante le giornate della fiera. Gli spazi non sono mai stati molto grandi e quando l’industria dei macchinari e dei semilavorati ha iniziato a crescere, ha deciso di cercare una soluzione alternativa, con maggiori spazi e anche un po’ più comoda da raggiungere. Ecco quindi che, grazie alla volontà delle aziende del settore, nasce  e si sviluppa il Salone Internazionale Gelateria e Pasticceria (SIGEP) nel polo fieristico di Rimini.

Sigep09Era il 1979 e da quell’anno il SIGEP ha macinato successi di visite crescenti ogni anno, crescendo sia negli spazi che di importanza commerciale per le aziende che vi esponevano. Possiamo quindi tranquillamente affermare che mentre la MIG è nata ad opera dei gelatieri, il SIGEP è nato ad opera dei fornitori di attrezzature e prodotti per gelateria. Quindi qual’è la fiera più importante? Dipende da cosa stiamo cercando. Chi cerca prodotti per gelateria e innovazione tecnologica probabilmente apprezzerà di più il grande circo dell’offerta di settore che il Sigep è in grado di presentare. Per quanto riguarda le iniziative di carattere squisitamente artigianali, come i convegni, le iniziative legate alla valorizzazione del territorio e gli incontri tra gelatieri, probabilmente la MIG mantiene ancora la sua importanza. In fondo si tratta di due facce della stessa medaglia, da un lato si mantiene un legame con la cultura e la storia di un mestiere, dall’altro si cerca di fare business nel modo più redditizio.

Controcorrente: un SIGEP da record

Leggendo i comunicati post Sigep si direbbe che la crisi nel settore della gelateria non esista proprio. Decine di migliaia di visitatori in più rispetto alla scorsa edizione, treni intasati, traffico fuori controllo, corridoi strapieni di persone e stand superaffollati. Soddisfazione e pacche sulle spalle a destra e a manca… Dov’è l’inghippo?sigep sovraffollato

Com’è possibile che in un periodo tra i più neri della nostra economia nazionale ci sia così tanto benessere euforico nel comparto del gelato artigianale?

Forse occorrerebbe guardare a questi numeri con un occhio diverso.

Quello che è vero, e che è sotto gli occhi di tutti, è che il settore è in fermento perché sta catalizzando l’attenzione di molte fasce di attori, alcuni dei quali in passato non avevano mostrato particolare coinvolgimento nel nostro settore.

C’è infatti un forte interesse da parte di imprenditori dell’industria che sfornano concept e franchising del gelato per tutti i gusti e per tutte le tasche. L’anomalia Grom ha dettato ormai uno standard per coloro i quali fiutano incassi milionari nella serializzazione delle gelaterie.

Una grande offerta di opportunità quindi, che però non fa affatto i conti con il consumo del gelato pro capite, che pare essere tutto sommato costante negli ultimi anni.

Il punto critico è che l’offerta di gelaterie chiavi in mano che ne deriva non è destinata a soddisfare un bisogno di gelato del cliente finale il quale, dall’alto delle oltre 36 mila rivendite in Italia, ha tutto sommato un’ampia possibilità di scelta. Questo tipo di offerta sembra maggiormente destinata a chi non ha lavoro, non sa cosa fare, ha pochi soldi da investire o pensa che con la rivendita del gelato si risolvano i propri problemi economici senza troppi sforzi. Un pensiero pericoloso da un punto di vista strategico perché non coinvolge affatto i veri desideri del cliente finale.

Questa analisi potrebbe essere in contrasto con quelli che sono anche i miei interessi personali. D’altro canto io faccio il consulente e più persone si interessano al comparto più possibilità di lavoro mi si presentano. Il problema è che purtroppo la concorrenza spietata tra gelaterie non si ripercuote soltanto su chi lavora male, ma “diluisce” comunque gli incassi di tutti, causando danni a catena…

Si dice però che oltre il 32% dei visitatori della fiera sia di provenienza straniera. Questo dato invece mi rincuora perché significa che il nostro gelato è visto come un’opportunità di business in altri paesi, dove il gelato non è così diffuso come da noi. Il pericolo però è sempre dietro l’angolo perché se vogliamo esportare il made in Italy occorre farlo con coscienza e rispettando quelle che sono le sue caratteristiche di alta qualità e soprattutto di cultura del mestiere.

Un’ultima domanda alla quale mi è difficile rispondere: come può esistere il gelato artigianale se è sempre più difficile trovare gli artigiani che ne conoscono arte e segreti?

Start-up di una gelateria i primi passi

Il momento della nascita di un’idea imprenditoriale porta con sé entusiasmo, voglia di cambiamento, speranze ed energie. Tutti motori importanti da coordinare per indirizzare i propri sforzi verso una prospettiva concreta.

“Nella cultura occidentale il lavoro, oltre ad essere una necessità per il proprio sostentamento, rappresenta per l’uomo contemporaneo un’esigenza di vita. Esso contribuisce all’equilibrio sociale, psicologico e personale di ciascuno.

L’auto-realizzazione della persona spesso passa attraverso la ricerca di un lavoro “che piace”.

“Intraprendere ha a che fare con la propria realizzazione, col sogno di lasciare una traccia nella storia, col desiderio di costruire il bene per sé e per i propri figli”.[1] (…)

(…) Fare il gelatiere è prima di tutto un’attività imprenditoriale e come tale va affrontata. La complessità delle operazioni legate al mestiere di gelatiere artigiano o di gelatiere imprenditore in un mercato competitivo come quello attuale, impone innanzi tutto la conoscenza di sé stessi e delle proprie motivazioni ad intraprendere.

Start-up e marketing innovativo in gelateria
Start-up e marketing innovativo in gelateria

Costruirsi un’identità professionale forte, analizzare i propri valori per poter creare un’efficace missione aziendale, non è solo utile per differenziarsi dalla concorrenza: è di estrema importanza per fidelizzare la clientela e per attirare i lavoratori migliori.

Prima di addentrarsi nel business del gelato occorre analizzare il mercato per verificare se le proprie idee sono in grado di essere poste al servizio della futura clientela. Occorre capire quale organizzazione adottare a seconda del luogo e delle caratteristiche territoriali e sociali che lo caratterizzano; in due parole occorre “cercare informazioni”.

Queste informazioni saranno vitali per la realizzazione del piano di lavoro (business plan), che non è solo un freddo foglio di calcolo dove trovare costi e ricavi futuri, ma un vero e proprio “libro di intenti” dove far trasparire la chiarezza degli obiettivi, la personalità di chi lo redige e la coscienza che il progetto avrà successo poiché supportato da dati e analisi dettagliate e pervaso da un’energia che solo l’imprenditore motivato può avere.

Il business plan è un documento in costante evoluzione, un work in progress che deve essere ripreso, corretto più volte, prima, durante e anche dopo che il progetto è stato realizzato. Per verificare la validità delle aspettative o per correggere gli eventuali errori di valutazione, o per aggiornarlo con i cambiamenti del mercato che nel frattempo avranno preso piede.”

Tratto da: Gelato Business, Start-up e marketing innovativo in gelateria (Roberto Lobrano 2013)

I corsi Ice Rock Consulting  si tengono a Casalecchio di Reno (BO) presso la Ice Rock Training Hall.
Il programma completo dei corsi lo trovate qui e sarà aggiornato periodicamente anche in base alle richieste che ci perverranno all’indirizzo info@icerock.it.
Per prenotare i corsi visita la pagina dello shop.

[1] La grandezza dei piccoli, R. Vignali (Guerini 2012)

Crea il tuo corso di gelato o di marketing in gelateria!

A partire da ottobre 2013 inizierà una nuova sessione invernale di corsi di formazione dedicati ai gelatieri e a coloro che lo vorrebbero diventare.

L’idea è quella di creare dei corsi di approfondimento di una, massimo due giornate. Molto concentrati e focalizzati su tematiche precise inerenti il mondo del gelato artigianale, la comunicazione e il marketing sul punto vendita.

Per avvicinarmi il più possibile agli interessi e alle esigenze di voi gelatieri ed aspiranti vorrei coinvolgervi direttamente lanciando un sondaggio per verificare quali sono i temi più “caldi” e interessanti che potremo sviluppare insieme in una decina di appuntamenti da ottobre 2013 a maggio 2014.

Intanto i corsi si terranno a Casalecchio di Reno (BO), ma potrebbero essere anche delocalizzati in altre strutture (dipende dal numero di iscritti e dalla loro provenienza).

Ecco i temi che potremmo sviluppare:

Per suggerimenti, ulteriori informazioni o un contatto diretto per una consulenza personalizzata:

info@icerock.it

Sei cappelli per pensare

Diceva Oscar Wilde: “datemi una maschera e vi dirò la verità…“.

Questo articolo non ha attinenza diretta con il gelato, ma con la gestione delle riunioni e dei gruppi di lavoro.

Tra i vari metodi per rendere efficace una riunione numerosa, durante la quale si devono prendere decisioni di rilievo, esiste quello cosiddetto dei Sei Cappelli per Pensare ideato da Edward De Bono (l’inventore del Pensiero Laterale).

copertina 6 cappelliDi solito in occidente per esplorare un argomento si utilizza la “discussione”. Ma spesso questo sistema fa perdere molto tempo poiché ognuno dei partecipanti è interessato solo alla difesa della propria posizione.

In una discussione i partecipanti hanno già pronti, prima di cominciare, i loro punti di vista e, sovente, le conclusioni che sperano siano accettate. La discussione consiste quindi in uno scontro tra le diverse opinioni, per vedere quale resiste alle critiche e incontra il maggior favore.

Durante le discussioni tendiamo a cercare contemporaneamente di coprire con il nostro pensiero tutti gli aspetti come informazioni, logica, impressioni e creatività, quando invece potrebbe essere più efficace separare i vari tipi di pensiero e portarli a termine distintamente.

Ma come fare a separare i vari tipi di pensiero?

La tecnica più semplice è quella della recitazione.

La difesa dell’Io, responsabile della maggior parte degli errori che compiamo nel pensare, è il fattore più limitante per la mente.

Recitare la parte di qualcun altro consente all’Io di oltrepassare i limiti della propria immagine. Recitare restituisce la libertà di esprimere le proprie idee aggirando la frequente autocensura.

I diversi tipi di pensiero si possono trasformare in personaggi, oppure in cappelli colorati, dove a ciascun colore corrisponde una tipologia precisa di pensiero.

Si decide quale cappello indossare in un determinato momento e si recita la parte indicata da quel particolare colore.

Quando si cambia cappello si cambia ruolo. Tutte le persone che partecipano ad una riunione strutturata in questo modo concorrono alla formazione del pensiero che si trasforma in una mappa colorata.

Di fatto il nostro cervello è progettato per essere brillantemente NON creativo, cioè per costruire schemi e per servirsene in ogni possibile occasione futura.

6cappelliSei colori, sei cappelli

Il cappello bianco: riguarda fatti, cifre, informazioni e dati oggettivi. Il bianco è il colore della neutralità.

Il cappello rosso: fornisce il punto di vista emotivo. Rabbia, sensazioni ed emozioni, ma anche presentimenti e intuizioni.

Il cappello nero: evidenzia gli aspetti oggettivamente negativi. È il colore dell’avvocato del diavolo.

Il cappello giallo: stimola l’ottimismo, porta la speranza, è proprio dei pensieri positivi, costruttivi, evidenzia le opportunità.

Il cappello verde: indica creatività, il produrre nuove idee, il movimento, la provocazione fertile.

Il cappello blu: è il colore del controllo, dell’organizzazione. Può controllare l’uso degli altri cappelli, rappresenta il pensiero sul pensiero.

Conclusioni:

La maschera tragica e la maschera comica sono diverse. Ma l’attore non cambia, rimane quello che è. Recita la sua parte fino in fondo, a seconda della maschera che indossa. È fiero di saper recitare sia in una commedia sia in una tragedia. È orgoglioso della sua bravura di attore.

Esattamente come un attore, anche un pensatore ha bisogno di sentirsi fiero delle sue capacità. Cioè della sua bravura nell’indossare ognuno dei sei cappelli e passare dall’uno all’altro modo di pensare.

Lo scopo dei sei cappelli per pensare è la chiarificazione del pensiero, ottenuta consentendo al pensatore di adottare un modo di pensare per volta – invece di tentare di fare tutto in una sola volta.

Il paragone più calzante è la stampa a colori. Ogni colore viene stampato separatamente fino ad ottenere il quadro finale.

sixhats1Il maggior pregio di questo sistema di pensiero è rappresentato proprio dalla sua artificiosità. I sei cappelli costituiscono un artificio formale e conveniente per chiedere l’adozione di un modo di pensare a se stessi o agli altri. Costituiscono le regole del gioco del pensiero. Regole che tutti i giocatori devono conoscere.